Psicoanalisi del testo. Lezioni di poesia. Giorgio Canali, l’amore e l’impegno sociale

Nella canzone di Giorgio Canali la solitudine sembra poter essere oltre che una condizione di disagio un modo per stare meglio. Allontanarsi dagli altri per ritrovare il centro, nell’idea che così ci si allontana dai dolori del mondo.
Lezioni di poesia fa un gioco strano e allo stesso tempo rivelatore. Definisce la distanza dal mondo, e sentenzia che la distanza dal mondo è impossibile anche se si è da soli.

Sento la luna ululare.
Lo fa a volte lo fa
Quando vede me

La canzone inizia con una dinamica speculare in cui è implicita un’immagine che abbiamo tutti presente nella nostra mente, quella del lupo che ulula alla luna. In questa inversione simmetrica dell’immagine non è il lupo che ulula alla luna, ma è la luna che ulula al lupo.

Giorgio Canali si descrive così per come si vede e lo fa con un riferimento implicito ad un lupo che immaginiamo spesso come animale solitario. L’etologia tuttavia ci dice che i lupi sono animali con una forte socialità.

La luna, dicevamo, ulula al lupo, come a ricordargli della sua condizione, anche quando è distratto e se ne dimentica. Perché dimenticarsi del dolore (quello della solitudine) è un modo per vivere il dolore. E’ un modo che è utile chiedersi quanto funzioni, non perché è difficile far passare il dolore con la dimenticanza, ma perché la dimenticanza si struttura difficilmente come solida, e tradisce facilmente.

Trafitto da un raggio di luna
A centro di questo mio universo personale
Nemmeno qui riesco a non pensare
A te

Il racconto di Giorgio Canali lo vede appartenere ad un universo che si distacca dal resto, resto che sembra non appartenergli. La luna però è un elemento che ha un’influenza su di lui perché ulula ed emana raggi come per chiamarlo.

Se il suono non è servito a richiamare la sua attenzione, distratta dalla dimenticanza curativa, allora la luna si serve della sua luce per intercettare il cantante, il quale si rende conto all’improvviso che non può sentirsi separato dal mondo, perché anche se talvolta l’isolamento, l’introspezione, è un dolce luogo in cui anestetizzare il dolore, il legame con l’esterno è ancora troppo forte.

Nemmeno qui riesco a non pensare
A te

L’interesse è troppo grande, apparentemente per un motivo, che sembra essere l’amore. Qui Giorgio canali inizia a dare dei primi elementi di descrizione di un amore che ha a che fare con il contrario dell’isolamento.

Osservo i missili intercontinentali migrare
Il mondo degli altri che si distrugge da se
E se anche posso vivere senza questo cielo e questo mare
Che fatica vivere senza di te

Nell’immagine dei missili intercontinentali Giorgio Canali racconta una sensazione di disgregazione imminente del mondo, una fine del mondo che comunque sembra toccare poco il cantante, perché nel verso successivo parla di questo “mondo degli altri”, la cui attenzione è stata richiamata poco fa dalla luna e dalla persona che ama.

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Qui Canali mette nel suo discorso poetico un tema molto ricorrente nel pensiero di diverse culture che è quello della “fine del mondo”. Ernesto De Martino se ne è occupato nel suo libro “La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali” in cui in sintesi sostiene che nel rapportarsi col mondo i vissuti delle persone si muovono tra la paura di perdere il mondo e la paura di essere perduti nel mondo.

Giorgio Canali forse racconta senza neanche crederci che è disposto a perdere il mondo forse per il rischio così forte che rappresenta l’essere perduti nel mondo nel momento in cui ci si concede completamente ad esso. Ma nei versi successivi questa forza neanche troppo ostentata si riduce di nuovo, davanti al pensiero della persona che definisce semplicemente come “te”.

Passa il treno veloce e la mandria resta a guardare
È inutile aspettarsi una reazione che non c’è
E se riesco a tenere lontano i pensieri da tutte la altre cose che mi fanno male
Non riesco a tenerli lontano da te

Qui si apre una metafora con cui volutamente il cantante si mette a confronto con la mandria che guarda passare il treno veloce. Come la mandria guarda con disinteresse il treno veloce, tecnologia mortifera che le ha strappato il territorio, così il cantante guardava con disinteresse i distruttivi missili intercontinentali, che hanno strappato il territorio del cielo, che è quello appartenente all’immaginazione ed ai desideri (dal latino de sidera, sign. ciò che riguarda le stelle). La mandria non reagisce e si disinteressa del mondo degli altri, degli uomini e delle donne passeggeri del treno veloce, chissà se perché non comprenda cosa sia il treno veloce o se capisce ma senza reagire.

Giorgio Canali utilizza il termine mandria che è molto interessante perché descrive bene la moltitudine che si nasconde sotto l’identità di noi esseri umani. Siamo costituiti da una moltitudine di parti, di oggetti in relazione, e l’unicità (inteso come uno) di cui sentiamo che siamo fatti è il prodotto di un lavoro narrativo che facciamo costantemente.

Raccontiamo continuamente a noi stessi e agli altri chi siamo, come siamo fatti, cosa ci piace, cosa detestiamo, e questo racconto ci permette di vivere e percepire la nostra esistenza come unica, unita e coerente. Le storie, i racconti erano così importanti quando eravamo bambini perché sono il modo in cui abbiamo imparato a sentirci unici e coerenti nella moltitudine di cui siamo fatti.

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La mandria è un termine incredibilmente adatto al nostro caso perché è un elemento unitario costituito da una moltitudine di oggetti. Inoltre ci da’ la possibilità di pensare a come avviene il cambiamento: non ci aspettiamo che la mandria rimanga uguale a sé stessa, ci aspettiamo che cambi forma a seconda del contesto che percorre per poter superare ostacoli e adattarsi al territorio. Mantiene comunque la sua identità di mandria, anche se cambia costantemente, magari perdendo dei pezzi e acquistandone di altri. Identità è una parola paradossale perché significa stesso, uguale a se stesso, ma descrive qualcosa che non è mai uguale a se stessa, cioè noi, che siamo costantemente all’interno di un processo di rilettura e trasformazione. O meglio costantemente ci trasformiamo, e stiamo male quando non riusciamo a trovare un racconto adatto alla nostra nuova forma.

Tornando ai versi, Giorgio canali che si racconta in alcuni punti di questa canzone come separato, distante e disinteressato dal mondo degli altri, ha ogni volta l’urgenza di negare quello che dice.
Il racconto sotteso è questo: il mondo degli altri si disgrega, e anche se questo mi fa male posso tranquillamente non pensarci, ma poi penso a te e mi sento interessato di nuovo al mondo degli altri che finisce per essere il mio mondo.

E mentre prendo dal primo idiota che passa 
lezioni di poesia e di impegno sociale
Vaffanculo io canto di te

Qui l’amore si lega indissolubilmente con l’interesse per la società, o meglio: è grazie all’amore che è possibile costruire e mantenere un interesse per la società. È perché amo qualcuno che sono interessato al mondo.

Giorgio canali parla di un idiota (dal greco Idiṓtēs sign. senza cariche pubbliche, privato) che crede di insegnarli la poesia e l’impegno sociale, magari con l’idea che per avere un impatto sulla società con le proprie poesie è necessario seguire delle regole, ad esempio non parlare d’amore. Ma la persona in questione non può che essere un idiota, una persona senza cariche pubbliche cioè al di fuori della politica e dell’impegno sociale. Questo perché nel percorso poetico di Giorgio Canali è l’amore che fonda l’impegno sociale, che trasforma il mondo degli altri nel proprio mondo.
Giorgio Canali da’ così altri elementi al suo racconto di un amore che è il contrario dell’isolamento.

E vaffanculo anche a questo cazzo di marea che sale
Alta, sì, alta, lo so, molto più alta di me
E se riesco a tenere lontano i pensieri
da tutte la altre cose che mi fanno male
Non riesco a tenerli lontano da te

Lo scontro è un modo di costruire e consolidare un rapporto (Vaffanculo a questa marea). In questo modo scontroso Giorgio Canali ricostruisce un rapporto col mondo, mandando affanculo la “cazzo di marea”. Giorgio canali è noto per la sua confidenza con le parolacce, ma in questo caso la cazzo di marea non è solo un modo per dire marea in modo più forte, ma è un’immagine che racchiude la generativitá maschile e femminile del mondo. La marea, è un movimento del mare, mare che può essere visto come un simbolo del femminile e del materno. La marea, che è una dinamica del mare, inoltre è legata al ciclo lunare, che è legato al ciclo mestruale perché ne condivide il tempo di 28 giorni.

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La parola cazzo si nasconde nel senso rafforzativo, ma significa anche cazzo, pene, l’organo genitale maschile che insieme alla marea definisce la generatività. È interessante pensare che nella canzone se da una parte il femminile è rappresentato da un movimento, dinamico spalmato su un tempo ciclico, il maschile è rappresentato dalla staticità della parola cazzo.

Alta si alta
Lo so molto più alta di me

Per questo la marea è più alta di me, perché è un mondo che evolve e si trasforma, mentre il “me” che entra timidamente solo a questo punto della canzone, sembra essere qualcosa che sta a un livello più basso, e il “lo so” suggerisce che Giorgio Canali ha in mente questa dicotomia Alto/basso maschile/femminile. Alto/basso può riferirsi a qualche caratteristica dei sessi che potremmo ipotizzare essere la capacità di creare, mistero che appartiene al femminile.

In questa lotta di interesse per il mondo, di distacco ipotizzato e poi negato, il collegamento è valorizzato ad ogni strofa. Anche se fosse possibile dimenticare ogni cosa del mondo non è possibile dimenticare l’amore, che a questo punto, alla luce dei simboli proposti, mi chiedo che tipo di amore sia. Forse il “te” può essere rivolto non solo alla persona amata con cui generare, ma alla persona amata che ha generato il protagonista della canzone. I significati ipotizzati non devono essere presi come alternativi, ma come coesistenti e non autoescludentesi.

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Che fatica vivere senza di te prende quindi un ulteriore significato. La fatica di vivere il mondo senza il genitore, la madre, che fino al momento della sua esistenza in un rapporto con il figlio continua a essere il simbolo di una funzione che sparisce con l’allontanamento dell’infanzia: quella che Bion chiama funzione di rêverie e contenuto/contenitore. Cioè l’essere un elaboratore di significati tra il mondo interno del bambino e il mondo esterno, un ponte che collega e digerisce i significati del mondo. Quando si cresce il bambino si autonomizza, ma rimane il senso simbolico di quella funzione che è stata. Il simbolo della possibilità di entrare in contatto con il “mondo degli altri”, possibilità che con la morte della madre può essere messa a rischio.

Ed è anche per questo che è impossibile ricevere lezioni di poesia e di impegno sociale dal primo idiota che passa. Le lezioni di poesia (poesia dal greco “poieo” fare, generare) fanno pensare ai primi insegnamenti che il genitore fa al bambino, il “come si fa”, ma anche all’adolescente e poi all’adulto quando la domanda si trasforma in “come si genera”.

Allora qui le lezioni di poesia possono prendere altri significati che però hanno sempre a che fare più con il rivolgersi al mondo che con l’introspezione. L’amore, infatti, nella sua forma più potente è qualcosa che è capace di costruire collegamenti con il mondo più che tagliarli.

 

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